• Fiducia e sfiducia nelle relazioni affettive: come influisce il nostro stile di attaccamento

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    La fiducia reciproca è l’elemento caratterizzante delle nostre relazioni affettive (di coppia, familiari e amicali), nonché ciò che differenzia un rapporto sano e sereno da un altro che può presentare tratti disfunzionali più o meno marcati.

    La fiducia che riponiamo nell’altro si basa sull’aspettativa positiva, ovvero sulla convinzione che la persona che stimiamo, amiamo e/o consideriamo un buon amico, agirà secondo una morale o un’idea da noi condivisa.

    Anche qualora quest’aspettativa iniziale dovesse essere delusa, la fiducia di base verso quella persona può portare spesso ad ammettere e giustificare un errore o a considerare il suo punto di vista senza giudicarla o a cercare una “riparazione”, concedendo nuove possibilità alla relazione.

    La nostra capacità di fidarci degli altri è indubbiamente associata alla fiducia e alla stima che abbiamo in noi stessi, nelle nostre capacità personali e nell’abilità di riconoscere le nostre emozioni: un requisito fondamentale per relazionarci all’altro in maniera funzionale e sana. Molte relazioni diventano disfunzionali, asimmetriche e si solidificano attraverso una dipendenza eccessiva proprio perché una delle due persone implicate (o entrambe), non ha fiducia in se stessa.

    Relazioni di questo genere possono spesso, nonostante la loro distruttività, essere molto forti dal punto di vista del vincolo e del legame affettivo e manifestarsi attraverso emozioni molto intense. Tuttavia, non trovano un reale equilibrio e sono caratterizzate dalla paura della perdita e dalla sfiducia, ovvero dalla sensazione di non potersi “adagiare” al senso di rassicurazione e contenimento. Una persona che prova questo senso di sfiducia nella relazione di coppia, ad esempio, può diventare molto gelosa e possessiva e vivere con la costante paura che il partner tradisca le sue aspettative di fedeltà ed esclusività. Si trova, cioè, a dipendere dal bisogno di non essere abbandonata e a mettere in atto comportamenti che creano un circolo vizioso di controllo sull’altro, litigi e sofferenza reciproca.

    Anche alcune relazioni genitore-figlio, purtroppo, presentano caratteristiche di sfiducia profonda: è il caso delle madri iper-controllanti che temono sempre che il figlio possa andare incontro a qualche guaio, limitandone di fatto la possibilità di imparare a reagire in autonomia. In questa maniera, il ragazzo non svilupperà mai un adeguato senso di fiducia in se stesso e avrà difficoltà a gestire le relazioni future. Avrà sempre bisogno di una “madre” sostitutiva che gli dica cosa fare e agirà in modo da non deludere le aspettative, senza però che sia in grado di rispettare i propri bisogni e i propri desideri. Nei rapporti di amicizia, la mancanza di fiducia può portare – ad esempio – a non raccontare alcuni segreti, a non aprirsi totalmente per paura di essere giudicati o rifiutati e quindi rimanere delusi per non aver trovato l’accoglienza che ci si aspettava.

    La mancanza di fiducia nel prossimo, in generale, può causare un malessere costante, poiché si convive con la triste sensazione di solitudine perenne. Una persona che non ha fiducia in nulla e in nessuno può diventare paranoica, si troverà a pensare che il mondo intero non può né vuole riconoscere i suoi bisogni, che non verrà mai capita e che sarà destinata, alla fine, a rimanere delusa. In questi casi, spesso si genera quel fenomeno che in psicologia prende il nome di “profezia che si auto-avvera”. Se un individuo è convinto che una relazione sarà deludente, si comporterà da subito come se già la fosse, ovvero fin dall’inizio si mostrerà diffidente, sospettoso, creando egli stesso i presupposti per il fallimento relazionale.

    Da dove nasce il senso di sfiducia in se stessi e verso gli altri?

    A volte “non fidarsi è meglio”, come afferma un vecchio detto.  E’ chiaro che non tutte le relazioni sono strutturate sulla base di una fiducia reciproca e non è possibile vivere in costante pace e serenità col prossimo. Esistono anche relazioni basate sulla competizione, sull’asimmetria data dai ruoli (un capo prepotente, un collega arrivista, un familiare che ha dato più volte prova di essere inaffidabile).

    Queste dinamiche si possono affrontare ascoltando il proprio vissuto interno, scegliendo consapevolmente che se non possiamo e non intendiamo fidarci, ciò rende impossibile instaurare un legame realmente profondo. Il problema sussiste quando ci si lega a qualcuno in maniera ambivalente: da un lato proviamo stima, simpatia, attrazione ma, dall’altro, permane la difficoltà ad affidarsi e a fidarsi, sviluppando la dolorosa aspettativa che prima o poi si rimarrà delusi.

    Lo sviluppo e l’esito di una relazione hanno a che fare con l’andamento e l’esperienza della relazione stessa (un partner può aver tradito in passato e questo può aver spezzato il filo di fiducia presente all’inizio del rapporto), ma anche e soprattutto con lo stile affettivo che ci è stato trasmesso dalle nostre figure di riferimento nella prima infanzia.

    Mary D. Ainsworth, proseguendo le ricerche sull’attaccamento già iniziate da John Bowlby, identificò quattro tipi di attaccamento madre-bambino che possono influire sulle relazioni affettive future. Ogni stile è caratterizzato da alcuni comportamenti che la madre mette in atto in una situazione sperimentale, la Strange Situation. L’esperimento presenta otto fasi, tutte potenzialmente generatrici di stress, ed è servito per evidenziare le reazioni di madre e bambino a tali micro eventi, che possono riproporsi nella realtà quotidiana.

    Fase 1: vengono fatti entrare la madre con il figlio in una stanza in cui sono presenti dei giocattoli.

    Fase 2: la madre e il bambino vengono lasciati soli nella stanza così il bambino ha la possibilità di esplorare l’ambiente ed, eventualmente, giocare con lei.

    Fase 3: dopo qualche minuto entra un estraneo che siede prima in silenzio, poi parla con la madre e successivamente coinvolge il piccolo in qualche gioco.

    Fase 4: la madre esce lasciando il bambino con l’estraneo.

    Fase 5: dopo qualche minuto rientra la madre nella stanza ed esce lo sconosciuto.

    Fase 6: la madre lascia di nuovo il bambino; questa volta lo lascia solo.

    Fase 7: entra l’estraneo e, se necessario, cerca di consolare il bambino.

    Fase 8: la madre rientra nella stanza e si riunisce con il bambino.

    A seguito di questa osservazione, vengono definiti quattro principali stili di attaccamento: stile “sicuro”, “insicuro-evitante”, “insicuro-ambivalente” e “disorganizzato”.

    Nello stile sicuro il bambino esplora l’ambiente e al contempo interagisce con la madre. Quando la mamma esce il bimbo appare giustamente turbato ma si lascia consolare parzialmente dall’estraneo e successivamente si tranquillizza al rientro della madre. Questo comportamento denota lo sviluppo di un senso di fiducia, “mia mamma non c’è e soffro, ma se ritorna posso stare tranquillo che è stata una cosa temporanea”. Il bambino gradualmente imparerà a capire che la madre lo ama anche quando non è presente fisicamente, che l’ambiente può offrire altri stimoli interessanti e si solidificherà l’aspettativa del ritorno, del riunirsi. La madre che crea un attaccamento sicuro è in grado di fidarsi del bambino, lasciandolo esplorare in autonomia e di intervenire tempestivamente nel contenerlo quando appare stressato. E’ una madre presente affettivamente, sintonizzata sui bisogni del figlio.

    Differenti sono le reazioni del bambino insicuro-evitante: il bambino esplora l’ambiente ma ignora la madre, non interagisce con lei e, al suo ritorno non ha bisogno di essere consolato e anzi, non si lascia avvicinare, continuando ad ignorarla. L’aspettativa, in questo caso, è di non essere degno di consolazione, quindi si sviluppa un senso di autonomia, ma non si nutre l’aspettativa di essere sostenuti emotivamente. La madre in questione può apparire fredda e distaccata, accudente nelle funzioni primarie, ma poco affettuosa oppure depressa. Molte persone adulte, infatti, presentano una buona funzionalità personale ma risultano evitanti nelle relazioni poiché hanno la convinzione che tanto non troveranno il tipo di supporto che si aspettano.

    Il bambino insicuro- ambivalente alterna momenti di esplorazione e interazione con la madre a momenti di rifiuto e ritiro. Al rientro della mamma, il bambino continua ad essere disperato e inconsolabile. E’ come se non gli bastasse la presenza materna per calmarsi. In questi casi, spesso la figura della madre stessa appare ambivalente, alternando momenti di affettuosità a momenti di freddezza e nervosismo e difficoltà ad instaurare un legame sereno con il figlio. Nel bambino si genera confusione e interiorizzerà che nelle relazioni, “oggi può andar bene, domani potrebbe essere una catastrofe”, quindi la sua emotività di base oscillerà tra bisogno estremo di protezione e rifiuto, tra amore possessivo e rabbia.

    Infine, nello stile disorganizzato il bambino presenta comportamenti stereotipati, rimane imbambolato e non mostra particolare interesse né nei confronti dell’ambiente, né nei confronti della mamma. Al rientro della madre possono esserci diverse reazioni che vanno dallo spavento – come se il genitore possa essere pericoloso o una figura punitiva- alla disperazione, fino all’indifferenza. In questo tipo di relazione si identifica l’origine di numerose patologie psichiche che in questa sede non verranno approfondite. E’ inevitabile, però, immaginare quanto questo tipo di attaccamento influisca sulle relazioni che il bambino avrà da adulto. Il genitore è vissuto come una figura totalmente imprevedibile e a tratti spaventosa, non trasmette alcun tipo di continuità e affidabilità. A volte si tratta di genitori abusanti o aggressivi.

    Rianalizzare le relazioni affettive originarie è importante per capire meglio quelle attuali e cercare nuove strategie per non riproporre in maniera automatica lo stesso schema comportamentale. In psicoterapia, quando vi sono conflitti di coppia basati sulla mancanza di fiducia o quando vi sono difficoltà nel ruolo genitoriale ad esempio, spesso si riprendono in considerazione i propri modelli di attaccamento con l’aiuto di un professionista che, attraverso ricordi e racconti del passato ma anche attraverso il tipo di relazione attuale, può aiutare la persona a ristabilire un senso di fiducia in se stesso e una base sicura da cui ripartire.

    Bibliografia:

    Mary D. Ainsworth, Modelli di attaccamento e sviluppo della personalità, Raffaello Cortina, Milano 2006

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