• Il bisogno di (com)piacere

    l'amico dell'ordineMagritteLa relazione con l’altro e l’appartenenza a un gruppo sociale rappresentano bisogni primari. Tutti noi abbiamo la necessità di entrare in contatto con l’esterno, di ricevere dimostrazioni di affetto, complimenti e di sentirci confermati nelle nostre caratteristiche positive o di cercare un confronto con gli altri per evolvere e migliorare.

    La qualità e la gestione dei rapporti interpersonali dipendono dalla nostra personalità. Possiamo, brevemente, definire la personalità come un insieme di pattern più o meno stabili di pensare (i nostri valori, i nostri ideali e la percezione di noi stessi), sentire e relazionarsi con gli altri. In alcuni individui il bisogno di essere accettati, confermati e riconosciuti si presenta in modo più forte ed evidente che in altri, finendo per renderli eccessivamente compiacenti ed accondiscendenti in varie situazioni della vita quotidiana. In psicologia e in psichiatria, il tratto caratteriale di una spiccata compiacenza si colloca nel quadro diagnostico di alcune tipologie di personalità, con particolare rilevanza nella personalità dipendente e nella personalità narcisistica, pur manifestandosi in modi diversi e avendo luogo in contesti differenti. In entrambi i casi, comunque, la necessità di compiacere l’altro ha la funzione di mantenere integra l’immagine di se stessi attraverso la conferma che si riceve dall’esterno. In caso di personalità dipendente è più facile che l’individuo si mostri accondiscendente e che tenda a compiacere gli altri con atteggiamenti tendenzialmente remissivi, mettendo in secondo piano i propri bisogni, le proprie ambizioni e i propri desideri. Viceversa, in caso di personalità narcisistica è più comune che la compiacenza si manifesti più subdolamente, attraverso complimenti esagerati volti a conquistare, rabbonire e, all’occorrenza, manipolare gli altri in base ai propri bisogni personali.

    Nel rimandare ad un altro momento gli approfondimenti riguardanti la personalità narcisistica, vorrei brevemente analizzare in questa sede il bisogno di compiacere all’interno di un quadro di personalità con tratti di dipendenza affettiva disfunzionale.  In questo contesto, l’atteggiamento del compiacere gli altri anche quando non vorremmo ha a che fare, in ogni caso, con la nostra autostima ma, in maniera più profonda, anche con il nostro stile affettivo. Le due cose risultano inevitabilmente collegate, se si considera che la percezione che abbiamo di noi stessi si forma attraverso quella che i nostri punti di riferimento genitoriali ci hanno in qualche modo trasmesso.

    In questo senso, il legame del bambino con una madre depressa rappresenta un esempio particolarmente esplicativo sui collegamenti tra la nostra autostima, la percezione di come siamo e di quale debba essere la nostra funzione all’interno della famiglia e, successivamente, nelle relazioni interpersonali. Una madre depressa ha difficoltà a stabilire un contatto emotivo con il bambino, sia a livello corporeo che attraverso la comunicazione verbale. Appare appiattita, triste, facilmente irritabile, insoddisfatta e raramente sintonizzata sui bisogni del figlio. In questi casi, può accadere – tra le varie conseguenze – che il bambino si abitui a non essere riconosciuto e che finisca per mettere in atto strategie per farsi notare e accettare o per non disturbare una mamma già affaticata. Il bambino in questione può, quindi, sviluppare la convinzione di dover compiacere la mamma, di dover essere un bravo bambino, di aderire ai bisogni dell’adulto trascurando i propri. Può derivarne un senso di colpa indelebile per non essere riuscito a modificare l’umore materno e, essendo il bambino piccolo egocentrico, può sentirsi la causa principale del suo malessere.

    Questo schema affettivo riemergerà nelle future relazioni significative.

     La persona che ha necessità di compiacere gli altri può quindi presentare le seguenti caratteristiche:

    • Vive spesso una sensazione di “abbandono” anche in situazioni non particolarmente significative: una telefonata mancata da parte di un amico, un saluto frettoloso da parte del partner;
    • E’ molto attenta a carpire i bisogni altrui;
    • Ha difficoltà a dire di NO;
    • Tende a mantenere rapporti cordiali con tutti;
    • Evita i conflitti;
    • Ha difficoltà a riconoscere i propri bisogni;
    • Presenta ansia da prestazione in contesti nuovi;
    • Solitamente ha un atteggiamento calmo e pacifico;
    • Non prende posizioni nette nelle discussioni;
    • Ha difficoltà ad esprimere le emozioni, in particolare la rabbia;
    • Prova senso di vergogna quando non viene riconosciuto nelle sue qualità;
    • Soffre in silenzio per le critiche e a seguito di esse, cerca di adeguarsi il più possibile agli schemi comportamentali più adeguati al contesto, per riparare alla ferita del fallimento;
    • Prova senso di colpa quando una relazione non funziona;
    • Dispensa complimenti a tutti e tende a non esternare critiche

    Inevitabilmente, questo stile relazionale porta ad un malessere interiore molto profondo. La qualità dei rapporti è scarsa poiché la persona compiacente si sente costretta, come fosse una missione, a metter da parte il proprio vissuto per rimanere al servizio del vissuto altrui. D’altro canto, se non lo facesse, rischierebbe di sentirsi abbandonato, di non essere apprezzato e accettato. Possono instaurarsi in alcune relazioni dinamiche masochistiche molto distruttive. Pur senza arrivare a livelli estremi di sottomissione e dipendenza, la persona compiacente in qualche modo sceglie di rinunciare al suo vero essere e a suoi reali bisogni. Sebbene ormai sia noto come lo stile affettivo genitoriale segni a vari livelli il nostro modo di stare con l’altro e di percepirci nella relazione, sappiamo tuttavia dalle storie di vita, dalla pedagogia e dalla clinica che nuove esperienze relazionali, introducono nuove possibilità, possono aprire nuove strade. La psicoterapia è un lavoro che si basa sulla relazione terapeuta-paziente e può rappresentare un utile percorso per riattivare diverse strategie di adattamento nella relazione, ma ancor prima per comprendere i reali bisogni individuali, spesso posti in secondo piano per ottenere “vantaggi secondari” che hanno a che fare con un bisogno di sicurezza incancrenito e poco evoluto.

    Bibliografia:

    PDM, Manuale Diagnostico Psicodinamico; Raffaella Cortina Editore, 2008

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