• La formazione del senso di colpa nella dinamica genitore-figlio

    Alla base del senso di colpa vi è la PAURA.  In particolare, la paura primaria che si instaura nella prima infanzia, quando siamo letteralmente incapaci di sopravvivere senza le persone che si prendono cura di noi. Quando il bambiIMG_2409 (1)no percepisce distacco o mancanza di attenzione, si può creare un’emozione di base dalla quale alcune persone non si liberano mai. La paura dell’abbandono, della disapprovazione e della perdita fanno in modo che si crei un circolo vizioso di ricerca di ciò che si è o si rischia di perdere ogni qualvolta si ricrei una situazione simile e questo porta all’attivazione di un atteggiamento compiacente e aderente a ciò che l’altro vuole, tralasciando i propri bisogni.

    Se ci si discosta dai bisogni dell’altro (o quelli che riteniamo tali) subentra il senso di colpa. Un genitore che ha timore di perdere l’approvazione di suo figlio o che, non assecondandolo, ritenga di poter scatenare nel bambino rabbia o minare la base del loro rapporto fusionale, tenderà a compiacerlo o a sviluppare un senso di inadeguatezza se decide, per esempio, di mantenere il punto su un capriccio o di fermarsi di più in ufficio per necessità o di non comprare un giocattolo.

    Un altro aspetto fondamentale che rende alcune persone più predisposte a provare il senso di colpa è rappresentato dalle nostre CONVINZIONI DI BASE. Ognuno di noi cresce e sviluppa la propria moralità attraverso convinzioni di base, dei punti fermi che divengono il metro a cui ci affidiamo per distinguere cosa è giusto da ciò che è sbagliato, quale modello genitoriale e familiare sentiamo più nelle nostre corde e quale più distante. Possono guidarci nelle nostre scelte e nei nostri comportamenti, aiutandoci a rispettare la nostra integrità, ma possono anche essere messe in discussione da altri stimoli esterni che non avevamo preventivato. Arriva qualcosa o qualcuno che mette in crisi le nostre vecchie “credenze” oppure ci rendiamo conto che il nostro modello interno non funziona in ogni occasione. Le convinzioni di base dovrebbero essere flessibili, ovvero dovrebbero modificarsi insieme alla nostra evoluzione, alle nostre esperienze. Purtroppo, invece, se si considera che uno dei bisogni primari dell’essere umano è il bisogno di sicurezza e stabilità (e protezione), bisogna fare i conti con la difficoltà di modificare una convinzione di base, poiché la modifica di essa genera una rivoluzione interna ed esterna che inevitabilmente cambierà i nostri equilibri e ci sottoporrà ad un momento di transizione psicologicamente faticoso.

    Per tale motivo, spesso si sceglie di rimanere in situazioni di stallo continuando ad aderire a vecchi modelli e convinzioni non più adatti ai nostri bisogni attuali, per paura appunto, di perdere ciò che abbiamo: la fiducia, la stima e l’affetto dei nostri cari. Nonostante possa sembrare tutto sommato quasi rassicurante, specialmente a breve termine, a lungo andare il prezzo da pagare è altissimo perché la nostra integrità invece di rinforzarsi finirà per vacillare, indebolita da pressioni, conflitti ed emozioni ambivalenti che possono dare origine a veri e propri disturbi (anche somatici).  Se si ha, ad esempio, la convinzione di base che la famiglia felice sia formata da una mamma e da un papà, che qualsiasi altra forma rappresenti un male per il proprio figlio e l’idea di prendere in considerazione una separazione fa inorridire poiché va contro una convinzione di base, il genitore che sente l’esigenza di rompere un vecchio equilibrio, avrà un carico di colpa sulle spalle che potrebbe portarlo a reprimere le reali necessità individuali ma che, col tempo, avranno un peso non indifferente nella relazione con i figli e all’interno dell’equilibrio familiare.

    Il senso di colpa ha radici lontane, molte volte si trasmette dai genitori ai figli. Oltre alle esperienze specifiche che caratterizzano la storia personale di ognuno, quello che crea un terreno fertile per questo circolo vizioso all’interno della relazione genitore-figlio è il senso di RESPONSABILITA’.  Diventare genitore richiede in primis l’acquisizione e l’interiorizzazione di nuove responsabilità. Si comincia a pensare ai bisogni vitali di un altro essere umano, si entra nell’ottica che il piccolo dipende da noi, dalle nostre abilità di accudirlo, di farlo crescere. Da noi, almeno per i primi anni, dipende la sua esistenza. Questa consapevolezza, per quanto sia evolutiva e possa generare anche un senso di potenza e di pienezza, può portare alla perdita di alcuni aspetti della realtà. L’acquisizione di responsabilità può diventare totalizzante, col rischio di sentirsi responsabili anche lì dove le nostre possibilità di intervento sono limitate. Questo genera un senso di colpa per non aver adempiuto ai nostri doveri, pur sapendo, razionalmente, che non tutto nella realtà può dipendere da un genitore. Un bambino può farsi male anche se un genitore è attento e scrupoloso, può ammalarsi, può subire un torto, può essere triste, può non possedere il giocattolo di ultima generazione. Alcuni eventi non sono sotto il nostro controllo, non sempre la responsabilità totale è del genitore e non sempre le conseguenze di un mancato controllo sono realmente infauste come si può temere.

    Infine, inviterei a non sottovalutare la PRESSIONE (o bombardamento) CULTURALE. Ormi da molti anni, i genitori hanno libero accesso ad informazioni pedagogiche e pediatriche, grazie al web (nel bene e nel male!). Precedentemente, coloro che volevano approfondire tematiche legate alla vita dei propri figli e al proprio ruolo genitoriale potevano informarsi affidandosi a professionisti dell’infanzia o a libri di pedagogia, molto più settoriali e non sempre di facile fruizione per i non addetti ai lavori. La facilità di accesso ai contenuti sul web ha creato, in questo campo come in altri, un’iper-informazione cui consegue l’aspettativa culturale che un buon genitore debba essere “addestrato” su ogni aspetto della vita dei propri figli. Esistono libri e manuali su come affrontare la fase dello svezzamento, manuali su come sopravvivere alle crisi adolescenziali, articoli di medicina (o pseudo medicina) alla portata di tutti e così via.

    Questo approccio fa perdere di vista cosa realmente è importante nella relazione genitore-figlio, ovvero la consapevolezza e la genuinità dei propri sentimenti, al di là delle tecniche che si mettono in atto facendo del proprio meglio per diventare il genitore “senza macchia”. La cultura, l’informazione, il sapere in generale possono aiutare e guidare in alcune fasi, ma non possono rappresentare il nucleo centrale su cui costruire una relazione così intima e così piena di meravigliosi imprevisti.

    Affidandoci troppo alla “tecnica”, ogni volta che non riusciremo ad accedere a quel tipo di sapere, finiremo per trovare nel senso di colpa un giudice sempre pronto a ricordarci la nostra inadeguatezza.

    Il senso di colpa, tuttavia, non è solo uno stato emotivo negativo. A volte, è necessario per farci riflettere sulle nostre responsabilità, ma soprattutto per comprendere meglio dove arriva la nostra responsabilità e quali confini abbia. Si tratta di un difficile equilibro che, se ben dosato, può rappresentare un breve momento di transizione e crescita. Quello che rende il senso di colpa una vera e propria trappola emotiva è la situazione di stallo, ovvero il mancato cambiamento a seguito di una parziale consapevolezza.

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