• La rottura relazionale: tra senso di perdita, abbandono e rabbia

    Una dellebanksy  cuore ragioni più diffuse per cui si decide di intraprendere un percorso di psicoterapia è la rottura di una relazione. La fine di un rapporto sentimentale è, il più delle volte, affrontato come un vero e proprio lutto.

     In ambito psicologico, spesso si sottolineano le analogie tra la chiusura di una relazione e la perdita effettiva di una persona cara: anche se si tratta, ovviamente, di due tipi di eventi ben diversi tra loro, il vissuto emotivo di chi viene lasciato dal partner presenta spesso notevoli similitudini con quello di chi vive il dolore del lutto.

    Gli elementi che accomunano le due tipologie di esperienze sono: il senso di Perdita, il senso di Abbandono e momenti di Rabbia.

    L’esperienza della perdita è associata a vari aspetti. Nel caso della rottura della relazione, non si tratta solo di perdere la persona amata, di non poter condividere più con lei/lui momenti di quotidianità o di non poterla più vedere con la stessa frequenza. Si perde anche una parte di se stessi, ovvero la parte legata a ciò che si era deciso di investire per e con quella persona.

    Può sembrare una metafora azzardata e forse troppo concreta ma aiuta a rendere l’idea: immaginate di aver investito del denaro e molto tempo in un progetto lavorativo che all’improvviso svanisce e di provare poi un senso di sconfitta. Lo stesso può accadere dopo la fine di una relazione anche se si tratta di “investimenti emotivi”, molto più preziosi in realtà di una quota in denaro.

     Nelle relazioni sentimentali noi investiamo molto della nostra emotività e del nostro tempo. La fiducia, la speranza, le aspettative, le attenzioni, le premure vengono condivise con l’altro e trovano uno spazio nuovo fuori da noi che, pur essendo e rimanendo nostro, è strettamente legato anche all’altro e all’investimento emotivo che avrà fatto a sua volta per nutrire il rapporto di coppia. Terminata la relazione, perdiamo quella “quota” di investimento con la sensazione, quasi inevitabile, di perdere anche una parte di se stessi.

     Spesso il senso di perdita dopo la fine di una relazione è accostato al concetto di dipendenza affettiva, molto in voga in questo periodo storico e, a volte, mal interpretato. Vi sono, in realtà, notevoli differenze tra una dipendenza patologica, tipica di alcune personalità profondamente insicure, e una normale dipendenza che si crea tra due persone che condividono abitudini e progetti di vita.

    Tutti noi diventiamo “dipendenti” a qualche livello quando viviamo una relazione profonda, poiché nello scambio di sentimenti ed emozioni ci si muove in due e, un po’ come in un ballo, l’uno condiziona il passo dell’altro. Se non si danza più allo stesso ritmo, qualcosa si rompe e la sofferenza che si prova, la mancanza per quella unione, non ha a che fare (o almeno non solo) con carenze personali, ma con una reale perdita di qualcosa di se stessi e dell’altro.

    Se si subisce la chiusura di una relazione, si viene assaliti anche da un senso di abbandono.

    Come il bambino che cerca una base sicura su cui adagiarsi nei momenti difficili, analogamente nel partner si può cercare e ritrovare quel nucleo di intimità e affettività che sostiene e sprona ad affrontare vari aspetti della nostra esistenza. Nella sofferenza di essere stati lasciati ci si può sentire come bambini abbandonati, a maggior ragione se si riponeva nella relazione una gran fiducia. Ci si affida all’altro e l’altro si affida a noi. Se il rapporto era ben bilanciato, oltre alla base sicura, viene meno anche una sorta di “funzione materna”: si può perdere il ruolo di sostenitore, di confidente, di aiutante. Si perde un ruolo, una delle (tante) definizioni di se stessi. Si continua ad essere persona, amico/a, figlio/a, collega, madre o padre, ma si perde ciò che si era in quella specifica relazione. In fondo ciò che ci definisce è dato anche da ciò che viviamo, da come lo viviamo e dai ruoli che ricopriamo. C’è un’identità di base, detta identità nucleare, e poi ci sono le sub-identità: si rimane ciò che si era, ma non si è più ciò che si era stati fino a quel momento con quella persona.

     L’altro abbandona il progetto, rompe, disfa, e lascia un vuoto.

     Tutto ciò, similmente a quanto accade anche nel lutto, può generare rabbia. Per quanto si possa usare la razionalità e ancorarsi alla realistica spiegazione che i sentimenti sono mutabili, si evolvono e possono esaurirsi, ci si sente comunque feriti e in collera. La rabbia può essere generalizzata o direzionata verso la persona che ha deciso di chiudere la relazione. Può presentarsi in maniera diretta e furiosa, ambivalente, o velata o può non essere espressa né consapevole ma, nella maggior parte dei casi, quando avviene una rottura, l’emozione della rabbia è presente nella prima fase, insieme al dolore.

    La rottura relazionale è, quindi, un’esperienza che può essere emotivamente molto intensa e lasciare dei segni.

    Possiamo parlare di un vero e proprio evento traumatico soprattutto in quei casi in cui la rottura del rapporto non era prevista, non si immaginava, ed è avvenuta in tempi brevi o improvvisi che non hanno permesso di elaborare una graduale separazione. Quando, invece, la rottura avviene in tempi più o meno lunghi, si può definire comunque un evento molto stressante, di grande cambiamento esistenziale. In entrambi i casi questo tipo di esperienza può rappresentare un momento di profonda riorganizzazione della propria vita e della percezione di se stessi e delle relazioni e può essere utilizzata in forma evolutiva.

    Analogamente a quanto succede nel lutto che presenta delle fasi di negazione, rabbia e depressione, ma può essere successivamente elaborato attraverso la negoziazione e l’accettazione, si può ricominciare a stare bene anche a seguito di una rottura relazionale.

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