• Perché mangio troppo? I significati psicologici del cibo

    Il cibo soddisfa, principalmente, il bisogno di nutrimento e quindi un bisogno fisiologico primario. Ci sono però altri aspetti chBoteroe condizionano la scelta e l’assunzione del cibo che hanno a che fare con la nostra cultura, le abitudini familiari e con il nostro mondo affettivo ed emotivo. Oltre ai gravi e conclamati disturbi alimentari quali anoressia e bulimia, che richiedono un intervento tempestivo e mirato a livello psicologico e, in alcuni casi psichiatrico, esiste una più subdola dinamica che, apparentemente, può non essere comunemente considerata una problematica psichica ma solo la conseguenza della pigrizia o del cosiddetto “vizio”: la difficoltà a dimagrire. La criticità nel gestire adeguatamente e serenamente l’assunzione di cibo e la conseguente insoddisfazione della propria forma fisica, può generare forte disagio psichico. Una persona che desidera perdere peso ma fallisce sempre nel suo intento si sentirà frustrata e ogni volta cercherà di ricominciare diete diverse, sempre più demotivata e afflitta. Le capiterà di affidarsi a diete “lampo”, diete “miracolose” che, ormai è ben noto, sono rischiose per la salute dell’intero organismo e non garantiscono risultati nel lungo termine. Si creerà quindi un circolo vizioso che non farà altro che aumentare l’insoddisfazione e peggiorare la percezione della propria immagine corporea, generando senso di colpa e inadeguatezza per non riuscire nell’impresa. Ma cosa c’è dietro alla difficoltà a dimagrire? E’ davvero solo questione di pigrizia? Se bastasse la sola forza di volontà, probabilmente non esisterebbero persone in forte sovrappeso anche se, per amor di correttezza, è bene evidenziare che alcuni eventi di vita fungono da sprone e possono motivare ad un cambiamento corporeo evidente come, ad esempio, l’insorgenza di una patologia, il bisogno di un senso di rivalsa a seguito di una delusione ecc.

     Nella maggior parte dei casi, però, la difficoltà nella regolazione del peso corporeo è legata al significato che abbiamo interiorizzato nei confronti del cibo e del nutrimento.  E’ abbastanza comune, infatti, che il cibo acquisti la funzione di “sostituto”, diventi un elemento compensativo, e l’atto del nutrirsi venga associato non solo più al bisogno fisiologico di mangiare ma anche ad altri bisogni psichici profondi e importanti.

    Non è raro che la persona che presenta questo tipo di difficoltà sostenga di mangiare di più nei momenti di forte nervosismo, quando è triste, a seguito di una perdita o quando si sente arrabbiata. Tutte queste condizioni emotive non sono strettamente correlate con il cibo, eppure quest’ultimo è in grado di attenuare estemporaneamente la sensazione spiacevole.

    Il cibo può quindi assumere un vero e proprio significato psicologico nella nostra esistenza, ed è proprio dal significato soggettivo che bisogna partire per comprendere meglio la difficoltà di gestione alimentare e l’intervento più adeguato per la risoluzione di tale problematica.

    Lo spazio per eccellenza per affrontare questa sovrapposizione di bisogni è quello psicoterapico.

     In psicoterapia si può lavorare sull’individuazione di eventuali convinzioni inconsce che portano a vedere nel cibo l’unico reale risolutore di altri bisogni emotivi e, una volta esplorati simboli e significati, si possono attivare una serie di strategie alternative che aiuteranno il paziente a non caricare di funzioni altre l’atto del nutrimento.

    In base alle mia esperienza clinica, i significati che emergono maggiormente in associazione al cibo e alla difficoltà di perdere peso sono i seguenti:

    – Mantenere un legame con una madre anaffettiva: una madre molto preoccupata che il figlio non mangi e non cresca abbastanza, che sente l’esigenza di “riempirlo” e di vederlo “paffutello” per rassicurarsi di svolgere adeguatamente il ruolo di accudente (soprattutto in passato il bambino “paffuto” era considerato un bambino sano), può far nascere la convinzione di base che il nutrimento sia la principale forma di amore e di attenzione. Spesso in realtà sono madri molto attente ai bisogni fisiologici ma meno presenti e sintonizzate sul piano emotivo. In momenti di solitudine, tristezza, vuoto o depressione in questi casi si tenderà a ricercare la forma d’amore originaria basata sul mero “riempimento” di cibo.

    – Fuga o distrazione dalle frustrazioni: se nel primo caso si tratta di persone che hanno interiorizzato un modello accudente basato sul bisogno fisiologico ma carente dal punto di vista affettivo ed empatico, vi sono, invece, legami con la madre caratterizzati dalla morbosità che non ha permesso un reale sviluppo dell’autonomia e quindi delle risorse necessarie per fronteggiare situazioni stressanti. E’ il caso delle madri iperprotettive e dei rapporti fusionali in cui il figlio viene difeso e tutelato da qualsiasi evento, senza aiutarlo a reagire in maniera indipendente. Può quindi accadere che l’adulto cresciuto in tale dinamica ricerchi un piacere immediato, come un cibo saporito o dolce, che lo distragga temporaneamente da eventi di vita ansiogeni e, considerando le basse risorse di problem solving, anche una semplice fatica lavorativa può essere vissuta da queste persone come uno stress da arginare.

    – Auto sabotaggio: il cibo può svolgere la funzione di auto sabotare la percezione della propria immagine fisica e questo può avvenire per svariati motivi che hanno a che fare con la storia individuale. Si può desiderare di sentirsi in forma e di bell’aspetto ma avere la convinzione di base di non esserne meritevoli o di peccare di superficialità. Se, ad esempio, nella famiglia di origine la forma fisica e la bellezza hanno assunto un significato negativo, magari contrapposto all’intelligenza e alla profondità dell’individuo, si svilupperà una resistenza inconscia verso la cura del proprio corpo e, per quanto si desideri migliorarlo, si attiverà il paradosso per cui, per non sentirsi in colpa nel tradire la cultura familiare, si agirà contro se stessi e il proprio bisogno.

    Queste considerazioni generali offrono lo spunto per comprendere quanto corpo e psiche siano strettamente connessi e quanto una problematica apparentemente di ordine fisico o causato da una semplice abitudine alimentare sia, in realtà, molto più spesso di quanto si creda, il frutto della modalità relazionale primaria e dell’interiorizzazione di determinati modelli percettivi e affettivi. Nel processo psicoterapeutico, ovviamente, si terrà conto dei significati unici ed individuali del paziente, favorendo una maggiore aderenza ad una dieta adeguata e stimolando la percezione di maggior efficacia delle proprie risorse interne.

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