• Perché si rimanda la psicoterapia?

    Claude Monet (French, 1840 - 1926 ), The Japanese Footbridge, 1899, oil on canvas, Gift of Victoria Nebeker Coberly, in memory of her son John W. Mudd, and Walter H. and Leonore Annenberg

    “Mi piacerebbe andare in terapia ma…” quante volte vi è capitato di pensare di voler intraprendere un percorso di psicoterapia ma di essere stati assaliti, subito dopo, da mille dubbi?

    L’idea di affrontare una psicoterapia incuriosisce ed affascina molte persone che vorrebbero, al di là della presenza di particolari disagi emotivi, anche solo approfondire alcuni aspetti della propria personalità. Eppure, ancora oggi vi sono molte resistenze ad andare in psicoterapia e anche chi non ha particolari pregiudizi nei confronti di questa attività tende a rimandare un lavoro su se stesso o, addirittura, a rinunciare, trovando strategie alternative o semplicemente rinnegando, dopo vari ripensamenti, questa esigenza.

    Per quanto sia comprensibile avere delle titubanze in base al proprio stile di vita, all’approccio culturale e alla consapevolezza che si tratti di un impegno emotivo non indifferente, i motivi per cui spesso si rimanda una psicoterapia, finiscono per essere più volte alibi che reali ostacoli.

    Tra elementi-alibi più comuni :

    • Il tempo: sento spesso affermare che, per andare in psicoterapia, c’è bisogno di tempo. Il tempo scarseggia tra lavoro, impegni familiari e sociali, quindi la psicoterapia sarebbe un “di più” che non rientra nelle mansioni settimanali standard. In realtà, ad oggi, la maggior parte degli approcci prevede una seduta settimanale di una durata tra i 45 e i 60 minuti. I professionisti sono tanti, tantissimi, e distribuiti in varie zone della città. Scegliere un professionista che riceva in uno studio situato vicino alla propria abitazione o nella zona in cui si lavora, potrebbe far risparmiare molto tempo e rendere l’investimento  davvero circoscritto dal punto di vista temporale, senza influire sugli impegni settimanali prefissati. Inoltre, il libero professionista in questo ambito è consapevole che le fasce orarie possono variare in base ad esigenze lavorative o familiari e spesso si riescono a trovare accordi compatibili per entrambe le figure, tutelando i vari spazi di vita del paziente.

    • La durata del percorso: l’immaginario della psicoanalisi che dura per una vita intera e richiede varie sedute settimanali (per quanto ancora oggi persistano approcci simili), è superato da molti anni e la maggior parte dei professionisti tende a porre obiettivi condivisi con il paziente e a stimare, seppur a grandi linee, una durata orientativa della terapia. E’ difficile valutare un tempo effettivo, che potrebbe anche variare nel corso del processo in base alle informazioni che man mano emergono in terapia e bisogna sempre tener in considerazione la specificità di ogni caso singolo. E’ però ormai comune condividere con il paziente l’andamento della terapia e, trattandosi di un lavoro basato su una relazione e un accordo a due, il paziente è libero di interrompere il percorso senza che ci sia nulla di vincolante che lo trattenga in questa relazione qualora non ne sentisse più il bisogno. Quindi, un trattamento potrebbe durare 6 mesi e risultare soddisfacente, come 3 o 5 anni per volontà del paziente stesso. C’è da aggiungere che un percorso lungo non è necessariamente legato ad una maggiore problematicità o complessità dei contenuti riportati. Il professionista, comunque, ha il dovere deontologico di pronunciarsi sulla possibilità di concludere il lavoro nel momento in cui gli obiettivi principali verranno raggiunti.

    • Il costo: la psicoterapia è un investimento su se stessi e come tale richiede un costo. Quando si decide di andare in palestra si investe sul proprio corpo, così come quando si acquistano degli abiti, spesso si investe sulla propria immagine e sul proprio stile (oltre a rispondere alla necessità di non andare in giro nudi). Il valore che si dà a qualcosa è direttamente proporzionato all’utilità e al piacere che ne ricaviamo. Se si parte dal presupposto che la psicoterapia può essere un valido strumento per affrontare alcune problematiche e per migliorare la propria qualità di vita, l’investimento darà i suoi frutti. Nelle situazioni di reale disagio economico vi è la possibilità di rivolgersi a strutture pubbliche o a centri convenzionati in cui si effettuano le cosiddette “tariffe sociali”. Nell’ambito della professione svolta privatamente vi sono ampie possibilità di scelta e le tariffe variano molto in base al professionista: i prezzi medi per una seduta di psicoterapia individuale oscillano tra 50 e 80 euro a seduta. Non è escluso che si possa raggiungere un accordo che preveda pagamenti posticipati o altre soluzioni a discrezione del professionista e in base al tipo di relazione terapeutica che si è instaurata. E’ doveroso aggiungere, per chi ancora non lo sapesse che, ormai da alcuni anni, è previsto un rimborso della psicoterapia da parte di alcune assicurazioni mediche.

    Questi sono gli aspetti pratici che spesso scoraggiano la persona interessata ad avvicinarsi alla psicoterapia. Come vedete però, sono tutti aspetti affrontabili se ci si sofferma un attimo a pensare alle possibilità che si possono sfruttare per far sì che i fattori tempo, durata e costo non diventino un reale ostacolo alla volontà di dedicarsi al proprio equilibrio emotivo.

    In base alle mie esperienze posso aggiungere altri elementi, non sempre consapevoli che, in maniera a volte più determinante, possono influire sulla scelta di posticipare o rinunciare ad una psicoterapia:

    • Vergogna e senso di fallimento: pur riconoscendo la validità di questo lavoro, può condizionare negativamente una certa cultura rigida e antiquata che etichetta colui che va dallo psicoterapeuta come un debole che non è in grado di affrontare i problemi da solo (vedi anche: http://www.psicologi-rionemonti.it/psicoterapia-inizio-di-un-viaggio-o-ultima-spiaggia/). Il vero debole è invece chi non sa riconoscere di avere bisogno di aiuto e, pur di mantenere salda questa immagine di “guerriero”, non fa altro che indebolire la propria interiorità, non nutrendola con le dovute e necessarie attenzioni, rifiutando un aiuto esterno professionale e specializzato, mettendo a rischio o facendo soffrire anche chi gli sti sta intorno (familiari, partner, colleghi di lavoro, amici). Se si teme il giudizio sociale si può scegliere, inizialmente, di non riferire a parenti ed amici che si sta andando in terapia e, soprattutto, valutate quanto sia un vostro auto-giudizio più che un pensiero così diffuso culturalmente.
    • Paura: può succedere di aver paura di scavare nel proprio mondo interiore. Si può temere che, raccontando alcuni eventi, possano riemergere emozioni negative che si erano rimosse; si può temere di non essere ben compresi dal terapeuta (vedi anche: http://www.psicologi-rionemonti.it/scegliere-lo-psicologo-piccola-guida-orientativa/); ma soprattutto, si teme di uscire dalla propria zona di confort, da quell’equilibrio che, seppur disfunzionale, ha permesso di non crollare del tutto. La paura è un segnale che porta a difendersi da qualcosa che si considera pericoloso, ma si può superare e comprendere senza che diventi ostacolo ad una evoluzione personale. Anzi, potrebbe essere già il primo contenuto affrontabile all’interno di una psicoterapia.

    Un percorso di psicoterapia, quindi, presenta molti vantaggi e davvero pochi ostacoli reali se si è davvero convinti di voler affrontare i propri disagi o voler migliorare alcuni aspetti della propria esistenza.

    Le convinzioni di base che creano perplessità, sono le stesse che vi hanno fatto entrare nel circolo vizioso del malessere senza via d’uscita. L’unica via d’uscita è invece riconoscere che, a volte, la priorità è ripartire prendendosi cura di se stessi.

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