• Perfezione? No, grazie

     Il grande artista Salvador Dali’ sosteneva: “Non aver paura della perfezione: non la raggiungerai mai”.

    dali' foto

    Il concetto di perfezione, pur essendo intriso di soggettività, rimanda ad un livello di assoluta completezza e mancanza di difetti. Quante volte utilizziamo questo termine per descrivere condizioni che ci “riempiono”, ci fanno stare bene tanto da non riuscire ad immaginarle diversamente? Un amore perfetto, un genitore perfetto, un lavoro perfetto…

    Tuttavia la perfezione o, meglio, la smania di raggiungere la condizione perfetta, possono finire per rappresentare un ostacolo se, ancor prima di realizzare i nostri obiettivi, le prefissiamo come livello da raggiungere.

    Se prima di agire o prendere una decisione, idealizziamo i risultati e le conseguenze delle nostre scelte, le aspettative saranno talmente alte che potrebbero paralizzarci anziché essere un incentivo al nostro miglioramento!

    Pensiamo ad alcuni comuni esempi in cui, per la smania di perfezione, subentra un’ansia da prestazione: uno studente abituato ad essere preparato sa che dovrà svolgere un esame importante e studia moltissimo, ma pensa continuamente alla necessità di non commettere errori durante l’esposizione che dovrà essere perfetta e permettergli di raggiungere il massimo dei voti. Soffermarsi sull’aspettativa di un voto eccelso potrebbe farlo agitare appena incontra, durante la sua preparazione, una minima difficoltà e sappiamo bene quanto l’agitazione comprometta la qualità della concentrazione. Paradossalmente, nonostante l’impegno, questo studente con la smania di raggiungere la perfezione, rischia di svolgere un esame mediocre.

    Le altissime aspettative possono influire negativamente anche nelle relazioni intime. Basti pensare alla classica ansia da prestazione di alcuni uomini durante l’approccio sessuale. L’idea di dover eseguire una performance senza pecca e/o l’idealizzazione della o del partner sessuale che viene vista/o come “perfetto”, può generare un’ansia da prestazione che avrà un effetto tutt’altro che soddisfacente.

    In questi due casi, l’aspettativa di perfezione crea un circolo vizioso che non permette una realizzazione fluida e piacevole delle due esperienze, poiché ci si concentra troppo sulla qualità dei risultati.

    In effetti, esistono anche casi di persone di successo che sembrano riuscire a perseguire i propri risultati seguendo il modello della perfezione e dell’eccellenza. Ma è davvero sempre così? In questi casi, il desiderio di raggiungere la perfezione è davvero una spinta esclusivamente positiva? In realtà, indipendentemente dal numero di successi che si possono ottenere, anche in questi casi la smania di perfezione diventa come minimo un’arma a doppio taglio. Se da un lato consente a queste persone di essere dedite e concentrate sui propri obiettivi e sulle tappe da percorrere per raggiungerli, dall’altro lega la loro autostima (apparentemente alta) alla performance e a una conferma esterna che, prima o poi, potrebbe non arrivare. Questo criterio di valutazione può stimolare o esasperare tratti narcisistici o ipomaniacali alla luce dei quali la perfezione e la completezza non sono una condizione ideale o eccezionale, ma quasi la regola. Cosa succede, dunque, quella volta in cui, inevitabilmente, accade che subentri un ostacolo che non permette di raggiungere lo stato idilliaco? Questa fase, sempre in agguato quando le persone pretendono di arrivare a livelli di alta perfezione, svela in realtà una struttura interna molto fragile poiché il nucleo della sicurezza in se stessi si basa quasi esclusivamente sui risultati esterni.

    Possiamo fare un altro esempio: una madre perfetta, senza difetti, una bella donna, una lavoratrice ma allo stesso tempo molto presente con i figli, molto informata su aspetti pedagogici, pediatrici, molto amabile ma anche molto autorevole, non avrà spazio per legittimare e legittimarsi un possibile e naturalissimo errore. Se succede qualcosa che non rientra nel copione della perfezione e della completezza, si penserà ad una triste eccezione e si ricorrerà con stupore ad osservazioni del tipo “strano, sarà stanca”, “ha perso colpi”, “non è da lei”. Chi insegue modelli così rigidi dà l’idea di mantenere una solidità, una sicurezza interna, una integrità che porterà al successo, qualsiasi cosa si decida di voler fare. Però, nel momento in cui qualcosa non dovesse funzionare come previsto, il prezzo da pagare diventa alto. Chi osserva da fuori tende subito a svalutare, dando più evidenza al “difetto” che al resto e chi commette l’errore, non si perdona, non si comprende, non si fa sconti e si autopunisce condannandosi alla ricerca spietata di una riparazione.

    Ma perché, a volte, ricerchiamo la perfezione?

    Nell’ambito della psicologia dell’arte si è visto come l’esperienza estetica risponda alla soddisfazione di motivazioni dominanti nel soggetto che osserva un quadro o un prodotto artistico.  Le cose considerate “oggettivamente” belle, senza difetti, lineari e congruenti trasmettono rassicurazione. Da questa osservazione possiamo dedurre quanto la smania di voler vivere gli eventi, le relazioni e la propria vita seguendo uno schema di perfezione, risponda al bisogno di sentirsi rassicurati e protetti da possibili errori e, quindi, da possibili attacchi.

    Ovviamente, come ci suggerisce Dali’, si tratta di una grande illusione: al primo intoppo, le nostre certezze sono destinate a crollare creando un disagio interno molto più nocivo di quanto accadrebbe se fossimo fin da subito consapevoli che, in realtà, la perfezione non esiste!

    Inoltre, come abbiamo visto con l’esempio della mamma, essere considerati perfetti non sempre garantisce una sorta di immunità dal giudizio sociale: accade spesso alle persone impeccabili di venire attaccate per essere messe alla prova e per testare le loro reali abilità. Chi si relaziona con le persone cosiddette “perfettine” può provare disagio, senso di inferiorità, fastidio, noia e/o poca autenticità nella relazione.

    L’imperfezione è molto più creativa e allo stesso tempo più realistica e ciò che sarà imperfetto, fallato, poco lineare può essere il frutto di una esperienza molto ricca e soddisfacente, dove non conta tanto il risultato finale quanto il contenuto emotivo che abbiamo provato mentre la stavamo vivendo.

    In fondo, ciò che ci rende imperfetti, ci rende unici!

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